La verità, vi prego, sui vaccini anti Covid-19

Dopo due anni dalla loro introduzione molte cose sono cambiate, primo fra tutti il virus da cui ci devono proteggere. Unica costante, la confusione, alimentata anche da figure istituzionali, come il caso Gemmato conferma.

In ambito scientifico occorre cautela a usare la parola “verità”, ma ciò non giustifica chi diffonde plateali bugie. O presenta come incerte anche le conclusioni che la comunità scientifica ormai è concorde a considerare come assodate. “Vendere dubbi” è una strategia ben nota, descritta magistralmente in libri come “Mercanti di dubbi. Come un manipolo di scienziati ha nascosto la verità, dal fumo al riscaldamento globale” di Naomi Oreskes ed Erik Conway (tradotto in italiano da Luigi Ciattaglia per Edizioni Ambiente). Per decenni è stata questa infatti la strategia di Big Tobacco, utilizzata più di recente anche dai think tank finanziati dai petrolieri, che hanno negato e in parte ancora cercano di negare il ruolo delle attività umane nella crisi ambientale in corso.

La strategia del dubbio

La tecnica, in pratica, consiste in questo: se non puoi smentire una verità supportata da una mole schiacciante di dati, lascia intendere che ci sono retroscena, che qualcuno non è completamente d’accordo, che ci sono altri punti di vista, che esiste un singolo esperto poco convinto, che esistono “altre fonti”.

È il metodo “questo lo dice lei”, come ha ribattuto domenica sera a ReStart su Raidue il sottosegretario alla salute Marcello Gemmato, in risposta ad Aldo Cazzullo che gli ricordava i valori dei vaccini, provando così a far valere contro i dati oggettivi presentati dal giornalista l’autorità conferitagli dal suo ruolo istituzionale.

La tecnica del dubbio è molto efficace, perché senza dover portare prove a supporto delle proprie tesi permette di conquistarsi la platea degli indecisi, ben più ampia di quella dei cosiddetti no-vax, confermando che le loro paure non sono ingiustificate e che non agire è un gesto dettato dalla prudenza.

I meriti dei vaccini contro la pandemia

Che, nel caso specifico, i vaccini anticovid abbiano salvato decine di milioni di vite nel mondo, cambiando la storia di questa pandemia, è una verità che non si può negare. La cifra esatta naturalmente può oscillare in un intervallo di incertezza, ma quello che gli esperti chiamano “disaccoppiamento”, cioè il fatto che a ogni nuova ondata di casi non siano seguiti picchi nel numero di vittime della stessa entità di quanto osservavamo prima dell’introduzione dei vaccini è un dato evidente.

Che questo cambiamento si associ all’andamento della campagna vaccinale è altrettanto chiaro. Che nella popolazione non vaccinata il rischio di ricovero e decesso si mantenga molto più elevato che in chi è stato protetto è fuori discussione.

La stima dell’Organizzazione mondiale della sanità che calcola venti milioni di vite salvate nel primo anno di distribuzione dei vaccini è basata su dati e metodi solidi, e lo stesso si può dire per gli oltre 150.000 decessi evitati in Italia secondo l’Istituto superiore di sanità.

Sui modelli matematici che hanno portato a queste conclusioni e le risposte alle domande che questo argomento suscita rimando all’ottimo articolo di fact-checking prontamente preparato da Aureliano Stingi nei giorni scorsi per smentire le incaute affermazioni del sottosegretario.

Una questione di responsabilità

Io vorrei qui soprattutto richiamare al senso di responsabilità politici, medici, giornalisti e pseudoscienziati quando in televisione alimentano l’esitazione del pubblico verso un presidio importante come i vaccini. Sono bugie che possono costare caro a chi ci crede perché non ha gli strumenti per confutarle.

Per qualche punto di audience o di consenso in più nei sondaggi si mette a rischio la vita delle persone. Bisognerebbe pensarci. Alcune clamorose falsità sono chiaramente raccontate in malafede, per alimentare un consenso politico, guadagnarsi una comparsata in tv o il ricco business che gira intorno ai movimenti antivax. Altre derivano semplicemente dalla confusione che è regnata in Italia nella comunicazione su Covid-19 e sui vaccini per contrastarla.

Cercare di rimediare affermando poi di essere vaccinati non basta. Mentre a chi propone un trattamento si chiedono infatti moli di prove di efficacia e sicurezza, che comunque non sono mai sufficienti, per scoraggiarlo basta seminare una briciola di dubbio.

Le trappole della nostra mente

La nostra mente infatti istintivamente quando ha paura di sbagliare preferisce astenersi. Preferisce avere rimpianti che rimorsi. Inoltra la nostra percezione del rischio nei confronti dei vaccini è amplificata da alcune loro caratteristiche: sono prodotti di origine industriale (mentre i germi e le malattie in fondo in fondo sono qualcosa di “naturale”), procurano profitto alle aziende che ce li vendono (come se lo stesso non valesse per qualunque altro bene di consumo), potranno anche darci un beneficio in futuro, ma certo nell’immediato, qui e oggi, possono farci salire la febbre e bastonarci di dolore alle ossa. Meglio un uovo oggi che una gallina domani, insomma.

Covid-19 ormai la conosciamo bene. In molti abbiamo già contratto il virus e comunque sono più le persone intorno a noi che l’hanno avuto come un’influenza rispetto ai pochi che ne sono deceduti. Non siamo bravi a ragionare di statistica e calcolo delle probabilità. Ma siamo spaventati dall’idea che si tratti di vaccini creati con tecniche nuove, per cui si parla di materiale genetico, qualcosa che leghiamo alla fantascienza e ai racconti dell’orrore. Non sappiamo che cosa c’è dentro, e gli ingredienti hanno nomi poco familiari.

Non è curioso però che non ci chiediamo cosa contengano davvero i beveroni per dimagrire oppure gli inchiostri che ci facciamo iniettare sotto pelle quando decidiamo di regalarci un tatuaggio. È inutile ripetere a quanti controlli da parte dell’azienda, degli enti regolatori, delle agenzie sovranazionali e nazionali viene sottoposto ogni lotto di vaccino. Ci sarà sempre qualcuno che in televisione strilla: perché non analizziamo cosa c’è in una fiala? Lo si fa, ex vicequestore Schillirò, lo si fa sempre. Lei non lo sa, ma è la norma.

La verità e le sue sfaccettature

Detto questo, è vero che i vaccini in certi casi possono provocare effetti indesiderati anche gravi, come accade con tutti i farmaci e accadrebbe ancora di più se i farmaci di uso comune venissero somministrati a miliardi di persone. Ma non è vero che questi effetti sono occultati. Si raccolgono, si studiano, si valutano.

Proprio recentemente, per esempio, è stato riconosciuto che i vaccini a mRNA contro Covid-19 possono aumentare in alcune donne il rischio di avere per un certo periodo mestruazioni abbondanti, così come sappiamo che in rarissimi casi possono causare miocarditi, soprattutto nei maschi più giovani. Nessuno lo nega.

Ciascuno di questi rischi però si mette su un piatto della bilancia rispetto ai benefici, non una volta, ma per quanto riguarda ogni richiamo: per questo, mentre la terza dose è ritenuta indispensabile per ottenere una copertura di base per tutti, la quarta dose è raccomandata soprattutto a chi ha compiuto 60 anni o presenta particolari condizioni di fragilità. Gli altri, per i quali i rischi legati all’infezione sono minori, possono comunque farla per far risalire la concentrazione di anticorpi nel sangue, sapendo che dopo tre o quattro mesi questi scenderanno ancora.

Come cambiano le conoscenze

La scarsa durata degli anticorpi indotti dalla vaccinazione vale però anche per la malattia, la quale espone fin dall’inizio a possibili danni fisici maggiori e non evita un secondo o terzo incontro con il virus. Questa scarsa durata dell’immunità è stata scoperta con il tempo, e non poteva emergere prima che passassero alcuni mesi dalle prime vaccinazioni.

Nella scienza infatti le conoscenze si evolvono, ogni risposta apre nuove domande, le interpretazioni dei fatti possono cambiare, così come le prospettive da cui si guardano. Ma in pandemia la verità scientifica di ogni singolo momento si può modificare anche perché il fenomeno stesso che studia è in continua trasformazione.

Le mutazioni del virus, per esempio, lo hanno reso più contagioso rendendo inutili alcune misure di controllo della sua diffusione, come la distanza di un metro tra le persone. Ciò non significa che queste misure fossero inutili all’inizio.

Così il vaccino oggi protegge dalla malattia grave, ma non riesce più a impedire alle varianti Omicron di contagiare anche chi ha già sviluppato una risposta immunitaria da più di tre-quattro mesi. Ciò non significa che nei primi mesi della sua distribuzione non avesse un’efficacia dell’80% anche nei confronti dell’infezione. Questa capacità è andata via via calando, ma ai tempi dell’introduzione del green pass questo aveva ancora senso, perché tra vaccinati il rischio di contagio, pur non essendo azzerato, era ancora molto inferiore.

Oggi la differenza tra vaccinati e non vaccinati non è questa, e ci si può infettare venendo a contatto con una persona vaccinata da sei mesi come con una che non lo è. Ma non ha senso per questo contestare le affermazioni fatte e le decisioni prese quando la realtà era diversa.

Che accadrà in futuro?

Allo stesso modo, ci auguriamo che non accada, ma, allo stato attuale delle conoscenze, non possiamo escludere al 100% che in futuro emerga una variante così differente da quelle attuali da rendere inefficaci i vaccini anche contro i decessi e la malattia grave.

Nel caso, dovremo avere l’onestà intellettuale di ammettere che le cose sono cambiate di nuovo, che il vaccino non basta, che ce ne vorrà un altro. Ma ciò non potrà modificare la “verità” di oggi, quella per cui sappiamo che questi primi vaccini contro SARS-CoV-2 hanno salvato decine di milioni di vite.

La “verità” scientifica, in questi casi, è più che mai un termine con la v minuscola. Può cambiare, nel tempo. Ma in ogni momento è lo strumento più attendibile che abbiamo per valutare la realtà e prendere le nostre decisioni in questi campi.

Pubblicato da Mario Ferraioli

MARIO FERRAIOLI - CEO e SOFTWARE ENGINEER nel '94 fonda lo STUDIO ALBATROS con l'obiettivo di realizzare applicativi per la sicurezza sul lavoro con metodi basati su un sistema esperto.

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