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AMBIENTE: Fanghi tossici nel fiume – disastro ambientale in Brasile

A Mariana altre due dighe corrono il rischio di rompersi dopo che due settimane fa hanno ceduto le barriere dei residui di una miniera di ferro. La marea di fango velenoso ha già sterminato flora e fauna del Rio Doce

disastro ambientaleUna marea di fanghi tossici, uno tsunami di veleni ha invaso migliaia di metri quadrati di terreno e si è riversata nelle acque del fiume Rio Doce nel Nord Est del Brasile, e arriverà inesorabilmente all’Oceano: undici persone sono morte e altre 12 sono disperse, 600 sono sfollate. È il disastro ambientale più grande nella storia del paese sudamericano: due settimane fa la marea marrone ha rotto gli argini – alcuni dicono fragili le barriere di protezione e il rischio di rottura più che annunciato – e adesso si teme che altre due dighe possano rompersi a Mariana, nello Stato di Minas Gerais. Il fango ha ormai inquinato oltre settanta chilometri delle pescose coste turistiche dello Stato brasiliano Espirito Santo, un paradiso dei surfisti.

La cittadina brasiliana era stata colpita due settimane fa dal cedimento di due barriere per il contenimento dei residui di una miniera di ferro: lo hanno ammesso tecnici di Samarco, la compagnia di estrazione proprietaria dell’area. La presidente della Repubblica, Dilma Rousseff, ha nel frattempo annunciato l’avvio di un piano di recupero a lungo termine del Rio Doce, il fiume che bagna gli stati di Minas Gerais e Espirito Santo e che è stato maggiormente inquinato dallo tsunami di fango provocato dall’incidente. Secondo il ministro dell’Ambiente, Izabella Teixeira, occorreranno almeno dieci anni per riportare il corso d’acqua alla normalità.

Fiume e mare  

Il fango che ha investito il villaggio di Bento Rodrigues conteneva sostanze come mercurio, arsenico, piombo e altri metalli pesanti: 62 milioni di metri cubi di fanghi tossici che hanno ucciso fauna e flora del Rio Doce e dei suoi affluenti e avvelenerà il mare di Espirito Santo. Dure le critiche dell’Onu: secondo esperti in diritti umani delle Nazioni unite, le misure prese finora dal governo e dai diretti responsabili per l’incidente sono «chiaramente insufficienti». «È inaccettabile che informazioni sui rischi tossici della catastrofe siano stati divulgati solo dopo tre settimane», hanno scritto in una nota gli specialisti John Knox e Baskut Tuncak, che hanno puntato il dito in particolare contro la brasiliana Vale e l’anglo-australiana Bhp, i due colossi della minerazione proprietari della Samarco, la compagnia di estrazione a cui appartiene la miniera.

Intanto il flusso di veleni ha colpito anche la costa di Espirito Santo, dopo aver percorso oltre 600 chilometri inquinando tutto il fiume Rio Doce e decimando piante e pesci trovati sul suo cammino. E ora la marea marrone si avvicina all’oceano e si temono gli effetti sulla flora e sulla fauna oceanica.

Gli ambientalisti si sono scagliati contro le società minerarie e contro il governo, accusano la Comissão Especial do Desenvolvimento Nacional del Senato brasiliano che «sembra voler ignorare il più grande disastro ambientale della storia del Brasile e del Sudamerica» anche perchè proprio il 25 novembre a due settimane dal disastro, è stato approvata «la concessione di licenze ambientali per le grandi infrastrutture – spiega Greenpeace Brasil – «Il Projeto de Lei del Senado Federal, è una parte dell’Agenda Brasil, presentata dal presidente del Senato, Renan Calheiros (Partido Progressista), che minaccia l’ambiente per favorire lo sviluppo economico a qualsiasi costo».

Il coordinatore della campagna di Greenpeace ONG in Brasile, Nilo D’ Avila, ha però detto che sono i minatori stessi che producono rapporti periodici sull’inquinamento, compreso il grado di rischio di dighe. La «tragedia» del «Nilo Samarco in Mariana era evitabile e una delle conseguenze negative è che aumenterà le malattie nei paesi lungo il fiume Doce ». È «inconcepibile – prosegue Nilo D’Avila – che la più grande azienda del paese, Vale, e la più grande compagnia mineraria del mondo, BHP Billiton , hanno lasciato che questo accadesse».

di ANTONELLA MARIOTTI – La Stampa

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